La Psicoterapia della Gestalt ovvero l’Arte di Perfezionare la Nevrosi

Galimberti nel suo Dizionario di Psicologia, definisce la Nevrosi come un “Disturbo psichico senza causa organica i cui sintomi sono interpretati dalla psicoanalisi come espressione simbolica di un conflitto che ha le sue radici nella storia del soggetto e che costituisce un compromesso tra il desiderio* e la difesa*” (*in corsivo nel testo)

Sempre Galimberti definisce il Desiderio spiegando che  “in generale si riferisce alla ricerca o alla attesa intensa di quanto è sentito come soddisfacente le proprie esigenze e i propri gusti” e la Difesa come “Operazione psichica, in parte inconscia, talvolta coatta, messa in atto per ridurre o sopprimere ogni turbativa che possa mettere in pericolo l’integrità dell’Io e il suo equilibrio interno”.

Cioè?

La Psicoterapia della Gestalt immagina la Persona e il suo Ambiente come facenti parte dello stesso Sistema: l’Ambiente modifica l’Individuo e l’Individuo modifica l’Ambiente. Continuamente e costantemente. Perchè? Perchè le persone cercano di stare meglio possibile: emerge un bisogno, è necessario soddisfarlo. Idealmente una persona sarebbe in grado di sentire cosa sente: (p.e. sete), volere qualcosa (p.e. un bicchiere d’acqua), fare qualcosa (p.e. procurarsi dell’acqua e bere). Non sempre però l’ambiente è favorevole, anzi è esperienza di tutti il fatto che i bisogni siano molti più delle risorse. E quindi o si riducono i bisogni o si cerca di aumentare le risorse. Inoltre nè l’ambiente nè le persone sono uguali nel tempo a loro stesse. Tutto cambia come diceva Eraclito e quindi non esiste un adattamento “perfetto” ma una approssimazione più o meno felice. Ci si difende dunque dalla disillusione, dalla rabbia, dalla paura che il mancato soddisfacimento dei nostri bisogni genera. Aggiungo che di bisogni ne abbiamo continuamente e di conseguenza continuamente ci difendiamo: ecco a voi la nevrosi. Il miglior adattamento possibile a noi stessi e all’ambiente consiste nell’interrompere costantemente il contatto con il bisogno o con la frustrazione dello stesso.

Ciò detto, dato che la nevrosi è ineluttabile, a cosa serve la Psicoterapia della Gestalt?

A rendere più abitabile, più confortevole, in qualche misura più accettabile la qualità della nevrosi che abitiamo. In definitiva, come si dice: “Se non puoi uscire dal tunnel, arredalo!”

Come?

Quasi sempre eludiamo la nostra responsabilità di farci qualcosa con le scomodità della nostra vita. Più frequentemente attribuiamo colpe della nostra infelicità agli altri. Tutti noi ascoltiamo e diciamo frasi tipo:  “se gli altri cambiassero anche solo un poco, allora…”; “non è giusto che succeda così”; “certo però che chi pensa di meno (si arrabbia di più, se ne frega di più, è più str..o) campa meglio”, “io sono moooolto sfortunato/a”; “che cosa gli/le costa fare (quello che gli ho chiesto, venirmi incontro…)”; “se solo lui/lei capisse” e poi la mia preferita: “io sono trooooppo sensibile” e la sua variante: “se tutti fossero sensibili come me, allora…”

Una parola magica per arredare la nevrosi è Responsabilità.

Anche questa volta chiedo aiuto ad un maestro: Barrie Simmons

“Io sono il mio problema, io sono la fonte di soddisfazioni, io il mio ostacolo, io la situazione da reggere e le uniche alternative che ho sono di riconoscere tale responsabilità o di negarla, non posso abolirla. Nella terapia della Gestalt diciamo che solo accettando questa verità, riconoscendo la responsabilità per ciò che sentiamo, per ciò che pensiamo, per ciò che facciamo, possiamo trovare il modo per stare meglio, di guarire, forse l’unica guarigione possibile: dal nostro autoinganno, dalle menzogne che ci diciamo in continuazione, negando la responsabilità delle nostre azioni, negando l’evidente che siamo dove siamo, quando siamo, nella situazione che c’è.”

Un’altra parola magica è Consapevolezza.

Più una persona fa ESPERIENZA di sè più aumenta la sua Consapevolezza. La Consapevolezza non è un processo intellettuale, ma Esperienziale: sentire quello che si sente, volere quello che si vuole, fare quello che si fa. La Psicoterapia della Gestalt aiuta a trasformare sè in sè.

Come in Kung Fu Panda 3 🙂

Perls diceva: “Salvo rarissime eccezioni, non si va in terapia per farsi curare, ma per perfezionare la propria nevrosi.”

Di Alina Buonadonna, Psicologa e Psicoterapeuta

La Psicoterapia della Gestalt ovvero l’Arte di Sbucciare le Cipolle

Avrei potuto intitolare questo articolo in maniera diversa, in linea con i tempi, tipo: “Le 15,5 cose che risolverai per sempre con la Psicoterapia” (Gestalt è una parola che nessuno cerca su internet, perchè citarla?) oppure: “9 esercizi di Gestalt. Il terzo ti cambierà la vita”.

Che c’è di male nel voler risolvere i problemi della vita? La psicoterapia non serve a questo?

… solo in seconda battuta a mio modesto modo di vedere.

Per la sola ragione del viaggio viaggiare (Fabrizio De Andrè)

Abbiamo fretta, abbiamo bisogno che la strada sia lineare e priva di ogni ostacolo così da arrivare il prima possibile alla meta. Tuttavia l’efficienza, la velocità, ci priva della poesia che la lentezza sa regalare. Perchè tutto e subito? Facile e veloce a volte è sinonimo di ovvio e banale.

E se invece il nostro scopo non fosse alla fine del viaggio? Se si viaggiasse per viaggiare, non sarebbe più interessante che il paesaggio fosse vario? Che ci fossero dossi, colline, montagne e fiumi, che le condizioni atmosferiche cambiassero e fossero favorevoli o sfavorevoli, tanto a volte da costringerci a cambiare strada e scoprire altri luoghi, altre vie, altri paesi? Che noia la strada dritta! Assai meglio il cammino pieno di sorprese e mai uguale a sé stesso.

Ecco: la Psicoterapia della Gestalt non nega il paesaggio, la sua bellezza, la sua varietà. Accompagna nel cambiare strada se si vuole o allena la capacità di superare gli ostacoli se si desidera.

Con questo non significa che non ci siano o non si cerchino scorciatoie o strade più brevi, tutt’altro! Solo che lo scopo della terapia non è la sua brevità e la sua efficacia non equivale alla soluzione di ogni problema.

In questo senso la Psicoterapia della Gestalt non nega i problemi e nemmeno li risolve ma li esplora. Ci si viaggia dentro insieme al paziente così da scoprire che cosa hanno da offrire, come e cosa si può fare per restare su quella strada o se sia necessario cambiare e come. Più si esplora il “paesaggio”, più si scoprono vie, più aumenta la possibilità per il paziente di muoversi liberamente ed autonomamente.

Se incontri il Buddha per strada uccidilo. (Sheldon Kopp)

Come si fa ad accompagnare un paziente nel suo viaggio e nel suo paesaggio? Assai meglio di me sa dirlo Barrie Simmons.

” Che posso fare come terapeuta? Posso accompagnarli e fornire loro un esempio di modo di essere. Posso Aiutarli a scoprire, piuttosto che insegnare. Posso promuovere, quasi a un livello tecnico, l’utilizzazione dei mezzi che tutti possiedono, cioè i sogni, la visualizzazione nella fantasia, la capacità di muoversi liberamente con la fantasia guidata, il proprio stato meditativo nascente, anche se non manifestato, il pensare a sè stessi – nonostante ciò sia quasi eretico in questo momento storico – e l’abitudine all’auto-osservazione continua. E soprattutto posso accettarli, perchè all’inizio li accetto fino quasi a diventare ridicolo, ma poi questo diventa contagioso. E, naturalmente, posso evitare di caricarlo ulteriormente con un altro “tiranno” (o “updog”), creato nel tentativo del terapeuta di arrogarsi il ruolo di guru.”     

Che c’entrano le cipolle con la Psicoterapia della Gestalt?

Avrei potuto parlarvi di Dante e di come ha immaginato e cantato il Paradiso e l’Inferno e del ruolo di Virgilio e di Beatrice, ma le cipolle basteranno. Immaginiamo che l’animo umano, ma anche il suo ambiente, la sua esperienza, la sua vita sia come una cipolla: a strati. Ebbene la Psicoterapia della Gestalt accompagna e sostiene il paziente nella scoperta dei suoi strati, della sua complessità, della sua profonda ed unica umanità. come quando si sbucciano le cipolle, può capitare di piangere. A volte parecchio. Perchè il disagio, il dolore, è un grande maestro: se va tutto bene, perchè cambiare?

A quale scopo?

“Il fine della terapia consiste nel far sì che il paziente NON dipenda dagli altri e scopra fin dal primissimo momento che può fare molte cose, MOLTE più cose di quelle che crede di poter fare.” F. Perls

Di Alina Buonadonna, Psicologa, Psicoterapeuta della Gestalt

Tutta colpa della Mamma! (O forse no) L’Attaccamento tra Determinismo e Costruttivismo

mamma!

Già Aristotele nella sua Politica (IV secolo a.C.) definiva l’Uomo come un Animale Sociale. Sociale nel senso che vive in Comunità e quindi in Relazione con altri Uomini. Ma come si strutturano le relazioni affettive? E soprattutto a che cosa servono? Questa fu la domanda che si fece Bowlby quando nel 1950, per incarico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ottenne la direzione di una ricerca su bambini che avevano perso la loro famiglia durante la seconda guerra mondiale. Teniamo conto del fatto che Bowlby, come K. Lorenz, fu molto influenzato dalle teorie di Darwin. Nella sua ricerca infatti, seguì un approccio etologico. L’etologia è la scienza che studia il comportamento spontaneo e manifesto delle specie animali.

Bowlby dimostra che, se un bambino vive una esperienza di abbandono, di rifiuto o se le cure materne sono insufficienti, la sua crescita fisica, cognitiva ed emotiva, rimane segnata anche nell’età adulta. Poichè l’IO di una persona si sviluppa attraverso le prime relazioni significative del bambino, quanto più queste relazioni saranno soddisfacenti, stabili e durature, tanto più l’IO della Persona sarà integro e forte.

A suffragare queste teorie, ci furono numerose altre figure. Un contributo molto interessante è stato dato da Mary Ainsworth, la quale nelle sue ricerche elaborò una metodologia per valutare il tipo di attaccamento che il bambino aveva sviluppato, chiamata Strange Situation. La Ainsworth codificò quattro stili di attaccamento principali: Sicuro; Insicuro/Evitante; Insicuro/Ambivalente; Disorganizzato.

Insomma gli studiosi paiono tutti concordi nel dire che se al mondo ci sono tante persone infelici, tristi e disturbate, la colpa è delle mamme!

Non sarà mica davvero così?

L’equazione “Brava Mamma = Bambino Felice = Adulto Felice”  non mi sembra nè scontata nè ovvia.

Sarà forse per acquietare le mie ansie da prestazione, ma questa visione così deterministica del mondo mi appare un po’ claustrofobica e senza vie di uscita. La responsabilità è davvero sulle spalle dei genitori (benvenuti papà! :-)) o gli esseri umani hanno il diritto di determinare e condurre la propria vita?  Se una Persona ha vissuto una infanzia serena e se la mamma è stata “sufficientemente buona”, come diceva Winnicott, le cose (forse) nella vita di una persona sono più semplici, ma cosa permette alla mamma di raggiungere la sufficienza?

Tutta colpa della mamma? DIPENDE!

La frontiera della Psicologia, dell’Epistemologia e della Filosofia moderna, si chiama Costruttivismo (anche detta filosofia salva-mamme). Il Costruttivismo spiega che la relazione tra Sè e Sè, Sè e l’Altro e Sè e il Mondo ci Costruisce e si Co-Costruisce. Non è data, ma si modifica nel tempo. Insomma si può aggiustare!

Watzlawick poi diceva: La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà, è la più pericolosa delle illusioni.

Secondo la Psicoterapia della Gestalt, è molto interessante conoscere la storia di una persona e quanto è accaduto nel suo passato, ma allo stesso tempo l’attenzione si concentra su COME quella persona vi si è adattata. Insieme ai “fatti”, si osserva il Processo che ha portato quella persona a sviluppare quel comportamento, quelle convinzioni, quel sintomo fisico, quella nevrosi.

Esplorare il processo, significa anche metterlo in discussione, significa anche cercare una possibilità di adattamento più soddisfacente, migliore.  Davvero la strada è già segnata? Secondo il Costruttivismo, no! Esplorare il Processo, permette alla Persona in Terapia di  assumersi la Responsabilità della propria Vita e quindi il Potere nel decidere che cosa farci, che cosa cambiare.

Insomma si cercano alternative, si allargano gli orizzonti, si prova e si riprova….

Smettiamo di dare la colpa alla mamma e sbagliamo da soli!

 

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Di Alina Buonadonna, Psicologa, Psicoterapeuta della Gestalt

 

Comunicazione: cos’è il Senso e il Significato

La comunicazione è un rovello per tutti gli esseri umani. C’è un famoso proverbio arabo che dice “non parlare se le tue parole non sono meglio del tuo silenzio”. Alcuni dei più celebri studiosi della comunicazione umana: Watzlawich, Beavin e Jackson, hanno scoperto che non si può non comunicare. Un esempio affascinante di questa verità ce l’ha regalata una famosa artista contemporanea: Marina Abramovich.

Una delle sue performance più forti è questa: lei seduta su una sedia. Basta. Non fa assolutamente niente. Nel filmato seguente vedrete che in questa performance succede di tutto. Gente che ride, che piange, che la abbraccia. Di tutto. Tuttavia lei è in silenzio, seduta e non fa niente. La performance si chiama: L’Artista è Presente

Basta dunque la presenza per comunicare.

Ma francesco piccolocomunicare che cosa? Sappiamo quanto sia frustrante spiegare qualcosa e non riuscirci. Perchè? Perchè non esiste l’oggettività della comunicazione. Mi spiego meglio. Tanto per cominciare c’è una differenza enorme tra il Senso e il Significato. Il Significato è l’analisi logica della nostra frase. Il Senso è invece la lettura soggettiva di quello che si è ascoltato. Mi spiego meglio con un esempio: in un bel libro di Francesco Piccolo c’è un racconto giocato tutto su questa differenza tra senso e significato.

«Quando ero piccolo, e andavo a scuola insieme a mio fratello, mia madre mi diceva di tenerlo per mano, e questo mi sembrava giusto e anche responsabile. Quello che non capivo è perché mi diceva sempre: “mi raccomando, quando passate per quella strada dove non c’è il marciapiede, mettiti sempre tu dal lato della strada, dove passano le automobili”. Io lo facevo, e lo facevo con diligenza, ma ero molto dispiaciuto. Per me significava: “io spero che nessuna auto vi butti sotto, ma se proprio dovesse succedere, preferisco che muoia tu piuttosto che lui”».

Un altro esempio divertente è in qusenso e significatoesta vignetta di Quino.

Perchè questa questione del senso e del significato è così centrale? Perchè noi, ciascuno di noi ha un suo personale punto di vista sul mondo. I tedeschi la chiamano Weltanschauung: personale visione del mondo.

Dico una cosa ovvia quando dico che ciascuno è diverso. Ciascuno ha le proprie impronte digitali. Possiamo dire per analogia che la Weltanshauung è l’impronta digitale della nostra cognizione del mondo: ciascuno ha la propria. come è possibile intenderci dunque? Attraverso una convenzione: il linguaggio. Ma anche il linguaggio è uno strumento della nostra Weltanshauung, della personale visione del mondo. Ciascuno sceglie le “sue” parole per comunicare. Il linguaggio è una finestra sul mondo interno di ciascuna persona. Come si può allargare la propria visione del mondo? (Siete d’accordo con me circa la necessità di farlo?) Un modo è aggiungere parole al proprio vocabolario. Leggendo per esempio.

Vi lascio con una citazione di Italo Calvino: “Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai per soldi, perchè le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.”
senso e significato 2

Di Alina Buonadonna Psicologa e Psicoterapeuta

9 Cose da NON fare (e 1 da fare assolutamente) per una Comunicazione Efficace.

Non si può non comunicare. Ciascuno ha il suo modo singolare e originale di esprimersi. E troppo spesso ci sono fraintendimenti. Come evitarli? Vediamo insieme alcuni cortocircuiti della comunicazione, o almeno i più frequenti:

  1. Cominciamo dalla Generalizzazione. Le parole chiave nella generalizzazione sono: sempre, mai, tutti, nessuno, ecc. Quando si generalizza, l’altro non si sente compreso nella sua unicità, si sente come incapsulato, etichettato. Come se, facendo una cosa diversa, l’altro potesse non riconoscerlo.

generalizzare

2. Un altro inghippo: Minimizzare. “non è niente”, “che sarà mai” Quando si minimizza, l’altro non si sente accolto, non si sente capito e in generale si arrabbia parecchio.

minimizzare

3. Identificazione“ti capisco, succede sempre anche a me, per esempio quando io…..” conoscete la questione?

identificare

4. Consigliare! 🙂 si sa che la gente ha buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio, diceva De’ Andrè, tuttavia è una spinta così forte…. chi non da mai consigli? Bene vi consiglio di non farlo.

consigliare

5. Investigare. Come mai? Questo è terribilmente irritante in quanto questa domanda non è una vera domanda. Presuppone che l’altro abbia un’idea di come sarebbe stato meglio fare. Quante volte ci hanno rivolto domande cretine?

investigare

6. Moralizzare. Esprimere un giudizio, non tiene conto del punto di vista dell’altro.

moralizzare

7. Dogmatizzare. Si raccontano i fatti facendo riferimento a situazioni generali che non hanno a che fare con il contesto.

dogmatizzare

8. Diagnosticare, che sottintende questo pensiero: “Io so e tu non sai nulla”. Conoscete quei simpatici personaggi sempre pronti a dirti come mai ti fa male lo stomaco, la schiena o il mignolo?

diagnosticare

9.  L’espressione che più di tutto genera interruzione nella comunicazione è l’Insulto.

insulto

Ognuno ha il suo stile, dicevamo. Tuttavia oltre a porre attenzione a quello che diciamo, che possa intralciare la nostra comunicazione, è utile allenare una abilità interessante. Tipica delle persone intelligenti e argute. L’Ironia.

ironia

Ringrazio sentitamente Quino e Shultz per la loro generosa genialità.

Di Alina Buonadonna Psicologa e Psicoterapeuta.